ANTONELLO PIZZI

PSICOLOGIA DELLA SCRITTURA

Interpretazione grafologica di segni e tendenze del linguaggio scritto

Mi sono avvicinato anni fa alla Psicologia della Scrittura, casualmente e con scetticismo, ed ho gradualmente scoperto un mondo nuovo che sempre più mi meraviglia.

Questo libro nasce dagli studi di approfondimento intrapresi dopo il conseguimento del diploma di perito grafico presso l’Istituto di Indagini Psicologiche di Milano e dal costante confronto con i miei docenti ed i miei studenti.

Scopo del mio lavoro è rileggere l’opera di Marco Marchesan, l’ultimo in ordine cronologico dei caposcuola, studiosi della scrittura tracciata a mano.

Esso si pone tre ambiziosi obiettivi: 1) attualizzare il linguaggio dei suoi studi sulla Psicologia della Scrittura cominciati attorno al 1934, 2) rileggere il sistema Marchesan alla luce delle recenti ricerche nell’ambito delle neuroscienze, che indirettamente validano molte delle sue intuizioni (mi sono perciò avvalso di citazioni con puntuale riferimento bibliografico), 3) facilitare l’applicazione e la diffusione di un prezioso strumento di autoconoscenza e di analisi comportamentale, finora tesoro di pochi.

L’accesso alla scuola, da lui fondata nel 1947 ed ora diretta dal figlio Rolando, è sempre stato riservato a soli laureati e dai suoi banchi sono passati medici, psicologi, psichiatri, neurologi, criminologi, avvocati, educatori, formatori, insegnanti, orientatori, operatori delle risorse umane, head-hunters, ecc.

Più volte, nel corso della stesura, mi sono sentito come un nano sulle spalle di un gigante; infatti i testi di Marco Marchesan, che pur riflettono il registro linguistico del tempo in cui sono stati concepiti, ci trasmettono invariata l’intuizione centrale della sua teoria, tuttora valida ed euristicamente feconda grazie a livelli più sofisticati di indagine.

Dalla lettura di testi cardine delle scienze cognitive, si rimane colpiti da quante volte viene ripetuto che non si occupano di emozione. In La nuova scienza della mente[1] Howard Gardner elenca fra le cinque caratteristiche delle scienze cognitive il fatto che svalorizzino i fattori affettivi ed emotivi. In un libro pionieristico del 1968, Psicologia cognitivista[2], Ulric Neisser dice che la disciplina non tratta dei fattori dinamici, come le emozioni, che motivano il comportamento.

Jerry Fodor, in La mente modulare[3], un saggio che ha aperto la strada alla filosofia delle scienze cognitive, descrive le emozioni come degli stati mentali fuori dall’ambito della spiegazione cognitiva e Barbara von Eckardt in What is cognitive science4] scrive che la maggior parte dei cognitivisti non ritiene che lo studio delle emozioni rientri nel loro campo di competenza. Gli autori affermano concordemente che i fattori emotivi sono aspetti importanti della mente, ma ribadiscono che le emozioni non fanno parte dell’approccio cognitivista.

Le nuove scoperte sul rapporto tra pensiero ed emozione hanno rafforzato il fondamento scientifico dello studio dell’intelligenza emotiva, concetto introdotto nella psicologia scientifica nel 1990 da Peter Salovey dell’università di Yale e da John Mayer dell’Università del New Hampshire ed oggi noto al grande pubblico con il divulgatissimo Intelligenza emotiva di Daniel Goleman.[5]

Marchesan ha parlato con largo anticipo sui tempi della inscindibile interazione tra intelligenza ed emozione, fondamento che appare in tutti i suoi scritti tanto che per ognuno dei 226 segni della scrittura da lui individuati, ne descrive le relative proiezioni psicologiche sia nell’area delle abilità cognitive che nell’area delle facoltà emotive e volitive.

“Nella scrittura i fattori emotivo-reattivi ed intellettivi devono adattarsi alle occasioni fornite dal modello calligrafico per la loro espressione e quindi non si trovano in contrapposto l’uno con l’altro, per cui escono convogliati dal riflesso scrivente, senza alcuna soppressione, modificazione, controllo e via dicendo. Perciò la manifestazione nella scrittura è completa, integrale.”[6]

E ancora: “Nel campo della psicologia la mia attività è stata vista con interesse, non solo tra gli studiosi, ma anche tra i capiscuola. Mi pare si debba vedere con molto fondamento e obiettività in questo atteggiamento del campo scientifico una motivazione veramente sostanziale e degna degli uomini di scienza, quella cioè di star a vedere se l’affrontata pista del sentimento portava a valide conquiste scientifiche.

Infatti il behaviorismo imperante nel campo degli psicologi precludeva ad essi l’accesso alla migliore cognizione delle emozioni e delle spinte reattive, costringendoli a limitarsi alle cognizioni riguardanti la superficialità dell’uomo, che sono quelle della sua intelligenza e della sua volontà. Pur permettendosene in tal modo una certa delibazione, la conoscenza della vita interiore dell’individuo veniva notevolmente trascurata.”[7]

Proprio le neuroscienze oggi sostengono la necessità di considerare seriamente le emozioni. Le nuove scoperte scientifiche ci assicurano che se cercheremo di aumentare l’autoconsapevolezza, di controllare più efficacemente i nostri sentimenti negativi, di conservare il nostro ottimismo, di essere perseveranti nonostante le frustrazioni, di aumentare le capacità empatiche, di cooperare e stabilire legami con gli altri, se presteremo più attenzione all’intelligenza emotiva, potremo sperare in un futuro più sereno.

Con mirabile intuito Marchesan ha individuato alcuni meccanismi che presiedono alla modulazione delle nostre emozioni, la loro importanza per fissare meglio i ricordi, i differenti percorsi neurali della paura stabiliti da Joseph LeDoux[8], e così via.

Esistono molte dimostrazioni empiriche della validità dei contenuti della disciplina, mentre, obiettivamente, le prove scientifiche sono ancora carenti. Ma quando chiedo ai suoi detrattori di spiegarmi perché, nonostante il modello calligrafico sia unisex ed uguale per tutti, ognuno di noi abbia una scrittura diversa dall’altro, le risposte a questa domanda sono sempre molto meno convincenti delle prove scientifiche di cui sopra.

Quindi, prima di buttare a mare il tutto, invito anche queste persone alla lettura di quanto segue, confidando che, come me, possano essere colte da meraviglia

 

 


[1]              H. Gardner, La nuova scienza della mente, Feltrinelli, Milano 1989.

[2]              U. Neisser, Psicologia cognitivista, Martello-Giunti, Milano 1976.

[3]              J. Fodor, La mente modulare, Il Mulino, Bologna 1988.

[4]              B. v.Eckardt, What is cognitive science?, M.I.T. Press, Cambridge 1993.

[5]              D. Goleman, Intelligenza emotiva – che cos’è, perché può renderci felici, Mondadori, Milano 1996.

[6]              M. Marchesan, Psicologia della scrittura – Segni e tendenze con orientamento psicosomatico, (1961) Istituto di Indagini Psicologiche, Milano 1993, VI ediz. p. 98.

[7]              M. Marchesan, Il sistema psichico – tratto dalla Psicologia della Scrittura, Istituto di Indagini Psicologiche, Milano 1986, p. 6.

[8]              J. LeDoux, Il cervello motivoAlle origini delle emozioni, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004, p. 292 e ss.